Oropa: una testimonianza
Il ritiro spirituale ad Oropa si è concluso nello stesso modo con il quale è iniziato, ovvero con un abbraccio e il saluto di un amico, ma sono tutte le sensazioni intercalate tra un saluto e l’altro che hanno reso diversi i due abbracci a distanza di tre giorni.
Il primo abbraccio era un saluto carico di tutta l’energia che sanno scambiarsi solo due persone che hanno vissuto insieme un viaggio a Lourdes; il secondo abbraccio era la conclusione di un periodo carico di ragionamenti che desìderi non ti abbandonino più, a condizione che tu non li abbandoni per primo.
La prima cosa che mi ha colpito non appena notata, è stato che i momenti di preghiera non erano degli orari imposti e stabiliti da un programma predefinito, ma venivano posti come dei veri e propri inviti ad ascoltare se stessi dopo aver ascoltato le parole ispiratrici delle guide spirituali; è capitato che i momenti di raccoglimento fossero preceduti da letture di piccole parti prese dal testamento di Bernadette, cosa molto utile -a parer mio- a farci prendere coscienza di tutta l’umiltà che necessitiamo prima di pronunciare una preghiera veramente sincera.
In soli tre giorni ho cercato di capire come sia essenziale disciplinare le nostre emozioni prima di pregare, controllare i nostri pensieri ci implica il porci delle domande alle quali sentiamo di voler rispondere, e rispondendoci, un poco alla volta, comprendiamo noi stessi e siamo quindi più confidenti quando parliamo con Dio; a mano a mano che le risposte su di noi diventano nitide, notiamo che cambia forma anche il nostro modo di pronunciare una preghiera, partendo dalla Ave Maria fino alle preghiere che confidiamo al buio prima di addormentarci.
Il ritiro ad Oropa mi è stato utile per scegliere con cura le parole delle mie preghiere in modo da immedesimarmi nelle parole che pronuncio, e soprattutto mi sono ricordato che quando si recita una preghiera, se ci impegna, si riesce quasi senza difficoltà a mentire a se stessi, ma di certo non a chi ci ascolta.
Tre giorni pieni di piccole cose che si ricordano con piacere, come svegliarsi la mattina e vedere una distesa di neve sdraiata calma sulla montagna, i raggi del sole che filtravano tra i rami scuri e intrecciati degli alberi, raggi che sembravano voler a tutti i costi toccare quella neve immacolata per assaporare un poco di quella purezza che è propria della Regina che eravamo andati ad adorare.
Poi ovviamente come non menzionare le tante risate nate semplicemente dallo stare uniti, come stare a tavola tutti insieme o una caduta sul ghiaccio (senza feriti) tra pochi intimi.
Il noto scrittore Paulo Coelho ha scritto: “Il primo modo di credere in Dio è imparare il Segno della Croce, il secondo è imparare a ridere”. E da affezionato lettore di quest’ultimo, non posso che garantire che tra un salmo e una riflessione, il lancio di una palla di neve non può che fare da perfetto collante inscindibile; come la cornice di un quadro che ci rimane impresso nei sentieri della memoria.
Da bravo “Lourdiano” quale spero di essere, tutte queste emozioni erano già ben conosciute da me, i legami di preghiera e amicizia fanno parte del mio repertorio emotivo da tempo; ma sono anche certo che ricordarseli ancora meglio, non faccia mai male… anzi! Grazie Regina.
Stefano, barelliere.
