04 Feb
Il nostro amico Padre Pedro Arteaga è stato in questi travagliati giorni ad Haiti insieme agli amici della Fondazione Rava. Nella speranza di fare cosa gradita, riproponiamo qui la sua omelia
Cari fratelli e sorelle,abitualmente non scrivo le mie omelie, ma oggi sapevo che avrei dovuto fare diversamente. Temevo di essere a un certo punto sopraffatto dalle mie emozioni e di non essere capace di continuare. Spero quindi che un testo scritto e un po’ di autocontrollo mi aiuteranno a continuare. Ricordatemi nelle vostre preghiere.Come sapete il Signore mi ha chiamato molti anni fa a diventere sacerdote. Ero e sono ancora molto contento e riconoscente per questa bellissima vocazione che ho ricevuto.Parte della mia storia di sacerdote ora è l’esperienza di essere stato mandato con Fratel Santos ad aiutare i nostri più poveri e sofferenti fratelli e sorelle a Port au Prince/Haiti.Appena pochi minuti dopo il terremoto ho ricevuto una telefonata da Lucrezia, una missionaria laica italiana e una figlia spirituale per me che era stata mandata ad Haiti l’anno scorso ad aiutare nell’orfanatrofio dei nostri Piccoli fratelli e sorelle. Dopo la sua chiamata con il passare del tempo sono arrivate molte più informazioni via Internet sulla devastazione causata dal terremoto.Dopo aver cercato di discernere con Padre Juan Jose, il mio superiore locale e poi con Padre Jose Ortega, il mio superiore provinciale, abbiamo capito che il Signore voleva da noi una pronta risposta. A nome dei Missionari del Santo Spirito e della nostra Parrocchia qui a Hillsboro, Fratel Santos ed io siamo stati inviati per aiutare. Abbiamo preso il primo volo disponibile e siamo arrivati il giorno dopo a Santo Domingo nella Repubblica Dominicana. Ci siamo fermati la notte per aspettare un team di medici italiani che dovevano arrivare in serata. Il mattino dopo alle 4 siamo partiti su un bus navetta stracolmo verso Port au Prince, con destinazione l’Ospedale dei bambini St. Damien. Lungo la strada abbiamo svuotato i nostri portafogli e una grande farmacia per procurarci tutti i medicinali che potevano essere necessari. Dopo 7 ore di viaggio siamo finalmente arrivati a destinazione. Mentre scendevamo dalle montagne non abbiamo visto molto del disastro che aveva spianato il centro storico, Petionville, Cite Soleil, Wharf Jeremy, Del Mar e altre parti della capitale.Ma una volta dentro l’ospedale abbiamo visto gli effetti del terremoto nelle terribili sofferenze e dolore della gente.Il nostro ospedale normalmente ospita circa 140 bambini. Ma quando siamo arrivati dovevano essercene quasi un migliaio. La maggior parte erano feriti gravemente eppure aspettavano pazientemente il proprio turno. Cinque minuti dopo i nostri dottori erano già al lavoro. Hanno passato lì fino a 20 ore al giorno per tutti i giorni seguenti.Nell’ospedale i corridoi, i cortili interni, il salone d’ingresso, ovunque girassi lo sguardo…c’erano pavimenti stracolmi di bambini, donne e uomini, vecchi e giovani, per lo più poverissimi, tutti con ferite terribili in attesa che qualcuno li aiutasse, li assistesse, li curasse, portasse loro conforto. Le necessità immediate erano così tante, così sovrastanti che non sapevamo nemmeno da dove cominciare. Il bus navetta è stato svuotato e trasformato in dispensario d’emergenza.Mentre mi dirigevo verso l’ospedale mi sono fermato un momento alla cappella parzialmente distrutta. Il Signore stesso aveva perso la sua casa, il tabernacolo era crollato dal muro ed il Santissimo era sotto le macerie. L’ho tirato fuori e l’ho portato con noi nel nostro improvvisato dispensario. Fortunatamente il vetro di protezione non era rotto e così Padre Rick Frechette, il prete dottore Passionista che dirige l’ospedale ed io abbiamo deciso di porre il Santissimo nel dispensario di emergenza all’entrata dell’ospedale. Chiunque arrivava poteva così vederlo e fermarsi per una preghiera. La gente non poteva andare alla Cappella dell’Adorazione, così la Cappella era venuta da loro. Le sorelle di Madre Teresa che erano venute dalla Repubblica Dominicana invitavano continuamente le persone che arrivavano o che erano distese sul pavimento nell’ingresso a rivolgersi verso Nostro Signore e pregare per ottenere forza, pazienza e conforto.Mancava molto del personale specializzato, molti del personale fisso dell’ospedale avevano perso la vita, per cui ognuno doveva dare una mano dove c’era bisogno. Norma, una simpatica ragazza ispanica che era arrivata da qualche mese a lavorare come fisioterapista era stata assegnata alla radiologia, Josh un marine della east Coast era diventato un assistente che aiutava chi doveva essere preparato agli interventi chirurgici, Lucrezia la volontaria italiana che era venuta ad Haiti a lavorare con gli orfani, era diventata la psicologa e guida spirituale di chi aveva appena subito un’amputazione o era appena stato trasferito in sala ricoveri. Fratel Santos si occupava di distribuire il cibo ai malati ed al nostro staff, assisteva i dottori e si occupava di pulire continuamente i corridoi coperti di sangue. Io stesso lavoravo nei giorni seguenti come farmacista d’emergenza…cosa che ho dovuto imparare in 5 minuti. Non sono mai stato così grato di riuscire a capire così tante lingue da trovare la medicina giusta fra tutte quelle arrivate da tutto il mondo.Mentre sedevo nel nostro dispensario-cappella mi voltavo spesso a guardare Nostro Signore chiedendogli l’ aiuto, la forza e la saggezza per fare le cose giuste.Oggi la nostra prima lettura dal libro di Neemia termina con queste parole: ” Non vi rattristate,, perchè la gioia del Signore è la vostra forza”. Queste parole sono diventate realtà per me, perchè sono stato chiamato a servire, non solo come travolto farmacista, ma ancor più come sacerdote.Vi ho detto all’inizio che sono molto contento di essere stato chiamato ad essere sacerdote. E debbo confessarvi che questa volta sono arrivato molto vicino al limite delle mie forze fisiche e psicologiche. Ho sentito che era solo la mia fede e l’amore che Dio ha messo nel mio cuore che mi facevano andare avanti. Ogni volta -ed erano molte - che i dottori, le infermiere ed i volontari si rendevano conto che non c’era più nulla da fare per salvare una vita, chiamavano il prete. Sono stato grato di avere avuto il bellissimo dono della preghiera e di avere il compito di preparare i miei fratelli e sorelle morenti ad andare in cielo perdonando i loro peccati e dando loro forza nelle loro sofferenze.So che non chiamiamo più l’Unzione degli infermi “Estrema Unzione”, ma per molti dei nostri pazienti questo era quello che diventava per loro. Alcuni sono stati battezzati in extremis. Ho pregato per centinaia di loro imponendo le mani e sapevo che le mie misere preghiere erano deboli ma ricevevano una forza incredibile dalle tante preghiere che voi tutti da casa ci avete mandato. Sono convinto che non sarei stato capace di affrontare questa enorme mole di sofferenza e dolore senza l’aiuto spirituale che ho ricevuto io stesso. La seconda lettura di oggi dalla prima lettera ai Corinzi dice che ” se un membro del corpo soffre, tutte le membra soffrono insieme”. Io ero lì vicino a loro e soffrivo con loro, consapevole che ero solo capace di portare conforto ai nostri pazienti e al nostro staff attraverso il potente aiuto del vostro amore e delle vostre preghiere. Soffrivamo tutti, ma potevamo sostenerci l’un l’altro condividendo l’amore che avevamo ricevuto. Grazie per questo.Nel Vangelo di oggi Luca dice nel quarto capitolo: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio”:Ebbene, credo che quelli di noi che hanno avuto il privilegio di andare a servire le nostre sorelle ed i nostri fratelli di Haiti sono diventati una testimonianza vivente della lieta novella a coloro che erano così sofferenti. L’immagine che mi viene in mente è quella di una spugna: Come sacerdote sono chiamato a toccare le piaghe della mia gente ed a pulirle togliendo ciò che fa male e distrugge. Noi abbiamo letteralmente toccato le loro ferite e provato a curare le loro piaghe ed il Signore era con noi mentre scendevamo nell’oscurità.Mi sono chiesto quanto più buia possa essere l’oscurità di quella dell’indescrivibile sofferenza che abbiamo visto. Mi rendo conto che siamo stati chiamati ad essere luce per quelli che sono nell’oscurità e per chi è colpito da grande sofferenza. Così spesso mi sono sentito chiedere dai fedeli dello staff ospedaliero: perchè Padre? Perchè Dio ha permesso questo? Perchè tutta questa sofferenza? Perchè siamo così dolorosamente limitati nel nostro aiuto? E devo confessare che non avevo una risposta. Queste persone non erano più peccatrici di chiunque di noi. Ma so che tutti noi siamo stati chiamati a diventare la risposta. Eccoci Signore, siamo venuti a fare la tua volontà. Ringrazio il Signore di avermi fatto suo strumento di aiuto per la popolazione di Haiti e i volontari e lo staff dell’ospedale, nel condividere e offrire tutto attraverso Cristo al nostro Padre Celeste.In tutte queste tenebre vi sono stati comunque molti segni di luce e di speranza. Un team di giornalisti inglesi ha intervistato Marie Doval, una ragazzina undicenna che aveva perso la gamba destra. Le hanno chiesto se era triste di aver perso la gamba, ma lei ha sorriso e ha detto NO, era riconoscente di essere viva. Sono rimasti profondamente commossi dalla sua risposta e le hanno domandato cosa si aspettava dalla vita e lei ha risposto che voleva diventare dottore per poter aiutare gli altri.Due giorni dopo il nostro arrivo sono nati due bambini. Gemelli…la vita continua!Mentre lasciavo l’ospedale per tornare negli Stati Uniti una signora mi ha fermato all’ingresso. Mi ha detto che voleva ringraziarmi perchè avevo pregato per lei il giorno in cui era stata ricoverata. Le sue condizioni erano critiche, ma ora stava bene e stava per essere dimessa dall’ospedale. Poteva andare a casa, ovunque essa fosse.C’è un salmo che tutti conosciamo e che dice:“Il Signore ascolta il grido del povero”, ed io posso dire che alla fine abbiamo tutti sentito questo grido.Che il nostro buon Dio ci benedica con tutta la sua pace e la sua forza.
